Solve et coagula

 

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Sgocciola nel vuoto impiccato

l’irriducibile brodo che sono

(se ancora sussiste qualcosa

res extensa spappolata dal cogitare

magnum di sale lacrimarum).

Il canto lo strangolo e assassino

osceno di rabbia sedotto rifulgo:

per poco o niente rapino i cartigli

ai cherubini appesi nel mulinare

barocco d’anime smorte di sangue

mentre l’occhio antico osserva

il dissolversi rosso del pleroma.

 

La vita piange parole d’addio

sulla quinta del tramonto stanco.

Ho la gola riarsa, le dita lorde

di sangue sulle corde delle arpe.

Per placare l’arsura imploro:

– Donna ancora del vino

e che affoghi questa febbre! –

 

 

 

 

 

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