Pablo Sandoval

Sandoval l’ho incontrato in un film, ma ora lavora con me, nel mio studio. Ha occupato uno dei due divani, così passa il suo tempo a leggere i libri delle biblioteca che ho comprato e che non ho ancora letto. Quando si leva gli occhiali spessi, mi tiene compagnia con le sue storie. Non rimane sempre al suo posto. Ogni tanto scompare per andare a bere qualcosa, solo che di bar nelle vicinanze non ce ne sono, per cui svuota sistematicamente ogni bottiglia sulla quale riesce a mettere le mani. La cantina di mio suocero non è durata nemmeno una settimana nonostante m’abbia confidato che non ama particolarmente il vino. Comunque, era mio dovere toglierlo dalla sezione del dottor Fortuna dopo l’esilio del suo amico. Per Esposito, purtroppo non ho potuto fare niente. I regimi, quando va bene, producono generazioni di esuli, quando va male riempiono gli stadi di anime destinate al macello. Con il mio gesto, ho evitato che Sandoval venisse eliminato e ho capito che ci vuole coraggio per scampare alla morte e un beone, questa forza, non la trova nemmeno nell’alcol. I paradisi etilici sono l’eterna dimora dei codardi, malgrado la bontà che tante volte lasciano trasparire quando sono savi.

         L’ho sempre voluto avere un amico come Pablo Sandoval, lo ammetto. Un amico ubriacone da andare a cercare ogni sera, dopo il lavoro, in tutte le osterie rimaste aperte. La nostra periferia non ha nulla in confronto alle notti di Buenos Aires, mancano la musica e le sirene, il tango e la passione. Non nego che i nostri paesi grigi di nebbia potrebbero venire eletti a luoghi letterari, così come la pianura trasformarsi in una pampa sterminata. Ma non posso dimenticare che sono i ruderi disseminati dall’imprenditoria fallita a dettare i confini alla finzione che anima la poetica dei luoghi e l’archeologia industriale s’addice maggiormente al nero della discesa agli inferi, piuttosto che sfondare la precarietà degli orizzonti. Non è facile trovare ispirazione in questi luoghi. La toponomastica locale è troppo intrisa di storia per questo non possiede la durezza spavalda di nomi come Recoleta, Palermo o Caballito. Le mie finzioni si ambientano tra laghi e monti, la mia personale Patagonia, ecco perché la follia, che come buon demone mi cattura, non fa testo.

         Se non voglio riconoscere Pablo Sandoval, allora vuol dire che non ho amici e non gli ho mai avuti perché, mi è difficile ammetterlo, non ho ancora compreso che cosa possa significare averne. Qualcuno l’ho incontrato, ad essere sinceri, eppure li ho scaricati lungo i tornanti dell’esistenza. Li ho superati o mi hanno superato nella corsa della vita, ma con gli anni ho scoperto che non è questo il problema. I limiti umani sono miei, e se desidero crescere, non mi posso piangere addosso. Il problema è personale e si attorciglia attorno al fatto che sono stato io a determinarne l’abbandono, trasformandomi nell’indifferente artefice del loro conseguente allontanamento e per questo, di una dimenticanza. Non mi è facile ammetterlo, ma in questa maniera si trattano le cose, e quando le persone si trasformano in oggetti, si cade sotto la sordida dittatura dell’io e del mio.

         Sandoval non ammette sconti. Quando risponde, magari da sbronzo, riesce sempre a trovare una sua dignità. Con il passare del tempo ha imparato a dissimulare con disinvoltura la sua ebbrezza. Mi ha insegnato il senso dell’ironia anche nelle situazioni di stallo emotivo, quando il male di vivere ti assale e noi sai come fare per scuoterlo da dosso. Per queste semplici ragioni è l’amico di sempre, quello dal cuore senza confini, quello pronto a dare la vita per il mio egoismo, perché la sincerità è scandalosamente alcolica.

         Non devo dimenticare, poi, che per seguirmi fin qui, ha rinunciato alla quotidiana visione di Irene Menèndes Hastings, al colore dei suoi occhi, ai segreti della sua vita. Ha lasciato una moglie che s’era stancata delle sue sbronze e aveva finito per sbatterlo fuori di casa come si fa con il più pezzente dei mendicanti, ma tutti, spesso senza saperlo, siamo mendicanti d’amore.

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