Dopo una lettura di Shelley

…qui io potrei sperare, come un fanciullo curioso
che gioca tra le tombe, che la morte nasconda all’occhio umano
dolci segreti, o che accanto al suo sonno inane
i sogni più leggiadri veglino eternamente.

(da: Sera d’estate in un cimitero)

I sogni ci mettono i  connessione con un profondo che non deve mai venire inteso in senso spaziale, ma come una dimensione. Il profondo schiude su un altrove dove vivo esperienze stranianti che hanno una forte ricaduta nella quotidianità.

La dimensione del sogno rimane sospesa nell’incertezza dell’incorporeità, perchè nel sogno il corpo possiede caratteristiche e possibilità che nel quotidiano non posso sperimentare se non attraverso l’esercizio dell’immaginazione.

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Spirito di finezza

Il riso non ha nulla a che vedere con la stupidità. Lo stupido non ride, ma tenta di celare l’imbarazzo per la sua condizione sotto la maschera di una smorfia.

Se, invece, concedo spazio e libertà alla consapevolezza della mia condizione inadeguata, il riso suscitato da quanto è risibile si manifesta come una liberazione dalle fauci del quotidiano.

O tempora o mores…

O tempora, o mores, alla latina, senza punti esclamativi perché all’inizio era sufficiente la forza del vocativo e poi, prima ancora, per tornare all’origine e non dimenticare che unde origo inde salus.

Insomma, i tempi non sono cambiati. Forse non cambieranno mai e non occorre affatto un ingegno acuto per arrivare a capire che sarò prigioniero dell’eterno ritorno dell’identico almeno fino a quando non scoprirò l’abbandono della consapevolezza. Un semplice esempio è sufficiente per chiarire quanto desidero dimostrare. Non è affatto un eufemismo affermare che i politici hanno sempre (quasi) tutti rubato. La storia, quella libera dall’ideologismo, lo insegna, basta imparare a leggere il passato evitando i soliti pruriginosi ambagi. Da questa immane tentazione, come appare evidente, nemmeno gli integerrimi capipopolo sono riusciti a resistere all’occasione di lucrare sul bene pubblico e come recita la vox populi, l’occasione rende l’uomo ladro. In qualche sporadico caso l’hanno pagata rimettendoci la testa, ma nella maggioranza delle volte…Mi fermo un momento poiché devo approfondire e motivare la messa tra parentesi del quasi e la sottolineatura di qualche. E’ oltremodo corretto fare epochè nello specifico di questi due avverbi dato che ogni eccezione merita l’attenzione di essere indagata con ferma metodologia fenomenologica.

Sulla base di quanto ho accennato sopra posso arrivare alla conclusione affermando che l’essere umano non cambia mai? Guardandomi attorno sono sempre maggiormente propenso a pensarla in questo modo anche se sono certo che questa lettura antropologica negativa urterà contro la sensibilità di molti benpensanti convinti di abitare nel giardino delle delizie oltre che di ritrovarsi in un consesso di gentiluomini. Ebbene, questi signori non dovranno dimenticare che Diogene si smarrì per le strade di Corinto in pieno giorno e con una lampada accesa. Questo per capire che l’errore, quando non compreso, e lo si comprende esclusivamente semplificandolo nella divisione semplificatrice della teoresi, condanna alla ripetizione dello stesso. Un meccanismo che genera stupore, certo, lo stesso di chi scopre l’oro degli stolti e non vuole credere alla verità del contrario.

E per quanto riguarda i costumi? Sono convinto che Cicerone affermerebbe oggi quello che sosteneva ai suoi tempi. Non devo dimenticare che il potere, attraverso differenti modalità, logora tutti anche laddove rimane poco da spartire o spartirsi. Insomma: dove si sta raschiando il fondo della pentola.

Da dove arrivò l’origine, arriva la salvezza. Il registro cambia e nulla farebbe presagire a facili connessioni con la massima ciceroniana sulla quale ho voluto meditare sopra. Questa è una locuzione che trasuda sano e robusto cristianesimo, quello che oggi rischia di venire soffocato sotto i paludamenti di facili ritorni alla tradizione del tradizionalismo che nulla hanno a che vedere con lo sguardo focalizzato sull’origine e con un autentico rifacimento alla Tradizione stessa dimentichi del fatto che il richiamo alla cultura classica e alle sue lingue risuona come un indomito invito alla custodia del rivelato e del sapere.

L’origine abita nel profondo, laddove la giusta distanza favorisce l’apertura sul possibile della salvezza. Quello che sconcerta è che l’origine mi pone di fronte alla nudità della contemplazione, al silenzio che genera la comprensione, allo sconcerto dell’immobilità del divenire.

Il ritorno all’origine, un moto eterno che non riconduce mai all’identico dunque alla condanna della ripetizione, mi riaccompagna, attraverso l’originato alla sorgente dell’Assoluto dove e quando ogni distanza viene riassorbita nell’unità/unicità del presente. Giunto a questa altezza non griderò più o tempora, o mores, ma protesterò con la testimonianza di un possibile che feconda l’umanità dal basso della sua condizione.

Montagne e felicità…

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Sono rari i romanzi di montagna, come sono rari tutti coloro che amano la montagna sotto ogni aspetto e la percepiscono alla maniera di una dimensione elettiva. Questo accade perché la montagna possiede una peculiare estensione letteraria fino a divenire luogo letterario a tutti gli effetti. L’incantesimo operato da questo locus lo si scopre nel momento in cui l’ambiente alpino pone in discussione la normale concezione dello spazio e del tempo rompendo ogni consueto schema esistenziale, antropologico e culturale.

         Il romanzo Le otto montagne di Paolo Cognetti l’ho scelto sulla base di questi presupposti oltre che suggerito dalla mia natura da orso orchesco. La Montagna (in quanto locus qui di seguito volutamente con la M maiuscola) non è per tutti. La maggioranza dei lettori, senza offesa, è da spiaggia, piuttosto che da Mare, che con la montagna condivide l’essere alto, profondo oltre che totale e totalizzante.

         Per amare la montagna occorre essere spiriti resistenti e ribelli, anime che non si accontentano facilmente delle convenzioni e che instancabilmente desiderano l’altro e il possibile. Così, preso da un insolito entusiasmo, ho letteralmente divorato il romanzo di Cognetti in nemmeno due giorni. Non è un merito la facilità di digestione quando la lettura è avvincente. Comunque: letto e goduto. La scrittura è scorrevole fin dalle prime righe, linguisticamente chiara oltre che straordinariamente efficace. La storia è semplice, lineare, con qualche appropriato piano temporale congegnato in modo da sorreggere la narrazione e fornire agli avvenimenti una buona base di riferimento storico.

         Devo ammettere che Le otto montagne di Paolo Cognetti è stata una scoperta. Malgrado la meraviglia trovo esagerato quanto alcuni hanno scritto definendo questo romanzo un classico della letteratura. Certo, la scrittura rientra appieno in quello che potrei definire un criterio di classicità in quanto scelte stilistiche, ma il tema dell’amicizia, lo devo sottolineare, non è una novità (pensiamo a La trilogia del ritorno di Fred Uhlman o al super classico ‘Narciso e Boccadoro’ di Hermann Hesse, solo per citare alcuni illustri precedenti). Nel caso di Cognetti è diverso e nuovo il registro narrativo scelto, modulato sull’amore per la montagna e le sue conseguenti declinazioni nella quotidianità.  In ogni caso rimane una lettura che appassiona e che scivola via senza cedimenti nella trama anche quando la banalità dell’esistenza umana assume toni disincantati. Se fosse stato lento e verboso, non sarei riuscito a concedermi una sana lettura full immersion (cosa che non mi capitava da tempo). Uno dei pregi, inoltre è che, nonostante l’amore dichiarato dall’autore per la montagna e l’alpinismo, non eccede mai in tecnicismi da manuale di arrampicata oltre che non scadere nella semplice cronaca di mille e un’ascensione.

         Voglio aggiungere che questo romanzo, per me, è stato un richiamo, un tornare a calpestare i sentieri della mia gioventù fino a scalare ancora per una volta le cime che Pietro e sua padre hanno attaccato con quella sana incoscienza che prende tutti i fanatici della montagna. Ho riassaporato la gioia dell’alpinismo rivivendo le mie lunghe camminate, quando la fatica evapora nei momenti di sosta in vetta, dove il silenzio ti avvolge in un manto di luce. In alto, sulle cime, di quello che consideriamo la civiltà, rimane un quaderno fradicio di pioggia e neve, qualche penna che scrive per miracolo, croci di ferro bruciate dai fulmini e quel desiderio che ti fa dire come Gianni ‘senza più dover scendere a valle…’ Cognetti ha riassunto in questo pudico desiderio la stessa voglia che sento crescere dentro di me quando mi rintano per mesi in montagna dove per orizzonte ho il bianco dei ghiacciai dipinto in una linea frastagliata e senza fine. Ho sempre amato la letteratura di montagna non accontentandomi mai delle mie Alpi, quelle che vedo con nostalgia dalla pianura del novarese, da casa e dalle finestre della scuola, ma spingendomi coraggiosamente oltre, un passo dopo l’altro.