O tempora o mores…

O tempora, o mores, alla latina, senza punti esclamativi perché all’inizio era sufficiente la forza del vocativo e poi, prima ancora, per tornare all’origine e non dimenticare che unde origo inde salus.

Insomma, i tempi non sono cambiati. Forse non cambieranno mai e non occorre affatto un ingegno acuto per arrivare a capire che sarò prigioniero dell’eterno ritorno dell’identico almeno fino a quando non scoprirò l’abbandono della consapevolezza. Un semplice esempio è sufficiente per chiarire quanto desidero dimostrare. Non è affatto un eufemismo affermare che i politici hanno sempre (quasi) tutti rubato. La storia, quella libera dall’ideologismo, lo insegna, basta imparare a leggere il passato evitando i soliti pruriginosi ambagi. Da questa immane tentazione, come appare evidente, nemmeno gli integerrimi capipopolo sono riusciti a resistere all’occasione di lucrare sul bene pubblico e come recita la vox populi, l’occasione rende l’uomo ladro. In qualche sporadico caso l’hanno pagata rimettendoci la testa, ma nella maggioranza delle volte…Mi fermo un momento poiché devo approfondire e motivare la messa tra parentesi del quasi e la sottolineatura di qualche. E’ oltremodo corretto fare epochè nello specifico di questi due avverbi dato che ogni eccezione merita l’attenzione di essere indagata con ferma metodologia fenomenologica.

Sulla base di quanto ho accennato sopra posso arrivare alla conclusione affermando che l’essere umano non cambia mai? Guardandomi attorno sono sempre maggiormente propenso a pensarla in questo modo anche se sono certo che questa lettura antropologica negativa urterà contro la sensibilità di molti benpensanti convinti di abitare nel giardino delle delizie oltre che di ritrovarsi in un consesso di gentiluomini. Ebbene, questi signori non dovranno dimenticare che Diogene si smarrì per le strade di Corinto in pieno giorno e con una lampada accesa. Questo per capire che l’errore, quando non compreso, e lo si comprende esclusivamente semplificandolo nella divisione semplificatrice della teoresi, condanna alla ripetizione dello stesso. Un meccanismo che genera stupore, certo, lo stesso di chi scopre l’oro degli stolti e non vuole credere alla verità del contrario.

E per quanto riguarda i costumi? Sono convinto che Cicerone affermerebbe oggi quello che sosteneva ai suoi tempi. Non devo dimenticare che il potere, attraverso differenti modalità, logora tutti anche laddove rimane poco da spartire o spartirsi. Insomma: dove si sta raschiando il fondo della pentola.

Da dove arrivò l’origine, arriva la salvezza. Il registro cambia e nulla farebbe presagire a facili connessioni con la massima ciceroniana sulla quale ho voluto meditare sopra. Questa è una locuzione che trasuda sano e robusto cristianesimo, quello che oggi rischia di venire soffocato sotto i paludamenti di facili ritorni alla tradizione del tradizionalismo che nulla hanno a che vedere con lo sguardo focalizzato sull’origine e con un autentico rifacimento alla Tradizione stessa dimentichi del fatto che il richiamo alla cultura classica e alle sue lingue risuona come un indomito invito alla custodia del rivelato e del sapere.

L’origine abita nel profondo, laddove la giusta distanza favorisce l’apertura sul possibile della salvezza. Quello che sconcerta è che l’origine mi pone di fronte alla nudità della contemplazione, al silenzio che genera la comprensione, allo sconcerto dell’immobilità del divenire.

Il ritorno all’origine, un moto eterno che non riconduce mai all’identico dunque alla condanna della ripetizione, mi riaccompagna, attraverso l’originato alla sorgente dell’Assoluto dove e quando ogni distanza viene riassorbita nell’unità/unicità del presente. Giunto a questa altezza non griderò più o tempora, o mores, ma protesterò con la testimonianza di un possibile che feconda l’umanità dal basso della sua condizione.

Montagne e felicità…

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Sono rari i romanzi di montagna, come sono rari tutti coloro che amano la montagna sotto ogni aspetto e la percepiscono alla maniera di una dimensione elettiva. Questo accade perché la montagna possiede una peculiare estensione letteraria fino a divenire luogo letterario a tutti gli effetti. L’incantesimo operato da questo locus lo si scopre nel momento in cui l’ambiente alpino pone in discussione la normale concezione dello spazio e del tempo rompendo ogni consueto schema esistenziale, antropologico e culturale.

         Il romanzo Le otto montagne di Paolo Cognetti l’ho scelto sulla base di questi presupposti oltre che suggerito dalla mia natura da orso orchesco. La Montagna (in quanto locus qui di seguito volutamente con la M maiuscola) non è per tutti. La maggioranza dei lettori, senza offesa, è da spiaggia, piuttosto che da Mare, che con la montagna condivide l’essere alto, profondo oltre che totale e totalizzante.

         Per amare la montagna occorre essere spiriti resistenti e ribelli, anime che non si accontentano facilmente delle convenzioni e che instancabilmente desiderano l’altro e il possibile. Così, preso da un insolito entusiasmo, ho letteralmente divorato il romanzo di Cognetti in nemmeno due giorni. Non è un merito la facilità di digestione quando la lettura è avvincente. Comunque: letto e goduto. La scrittura è scorrevole fin dalle prime righe, linguisticamente chiara oltre che straordinariamente efficace. La storia è semplice, lineare, con qualche appropriato piano temporale congegnato in modo da sorreggere la narrazione e fornire agli avvenimenti una buona base di riferimento storico.

         Devo ammettere che Le otto montagne di Paolo Cognetti è stata una scoperta. Malgrado la meraviglia trovo esagerato quanto alcuni hanno scritto definendo questo romanzo un classico della letteratura. Certo, la scrittura rientra appieno in quello che potrei definire un criterio di classicità in quanto scelte stilistiche, ma il tema dell’amicizia, lo devo sottolineare, non è una novità (pensiamo a La trilogia del ritorno di Fred Uhlman o al super classico ‘Narciso e Boccadoro’ di Hermann Hesse, solo per citare alcuni illustri precedenti). Nel caso di Cognetti è diverso e nuovo il registro narrativo scelto, modulato sull’amore per la montagna e le sue conseguenti declinazioni nella quotidianità.  In ogni caso rimane una lettura che appassiona e che scivola via senza cedimenti nella trama anche quando la banalità dell’esistenza umana assume toni disincantati. Se fosse stato lento e verboso, non sarei riuscito a concedermi una sana lettura full immersion (cosa che non mi capitava da tempo). Uno dei pregi, inoltre è che, nonostante l’amore dichiarato dall’autore per la montagna e l’alpinismo, non eccede mai in tecnicismi da manuale di arrampicata oltre che non scadere nella semplice cronaca di mille e un’ascensione.

         Voglio aggiungere che questo romanzo, per me, è stato un richiamo, un tornare a calpestare i sentieri della mia gioventù fino a scalare ancora per una volta le cime che Pietro e sua padre hanno attaccato con quella sana incoscienza che prende tutti i fanatici della montagna. Ho riassaporato la gioia dell’alpinismo rivivendo le mie lunghe camminate, quando la fatica evapora nei momenti di sosta in vetta, dove il silenzio ti avvolge in un manto di luce. In alto, sulle cime, di quello che consideriamo la civiltà, rimane un quaderno fradicio di pioggia e neve, qualche penna che scrive per miracolo, croci di ferro bruciate dai fulmini e quel desiderio che ti fa dire come Gianni ‘senza più dover scendere a valle…’ Cognetti ha riassunto in questo pudico desiderio la stessa voglia che sento crescere dentro di me quando mi rintano per mesi in montagna dove per orizzonte ho il bianco dei ghiacciai dipinto in una linea frastagliata e senza fine. Ho sempre amato la letteratura di montagna non accontentandomi mai delle mie Alpi, quelle che vedo con nostalgia dalla pianura del novarese, da casa e dalle finestre della scuola, ma spingendomi coraggiosamente oltre, un passo dopo l’altro.

 

Solve et coagula

 

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Sgocciola nel vuoto impiccato

l’irriducibile brodo che sono

(se ancora sussiste qualcosa

res extensa spappolata dal cogitare

magnum di sale lacrimarum).

Il canto lo strangolo e assassino

osceno di rabbia sedotto rifulgo:

per poco o niente rapino i cartigli

ai cherubini appesi nel mulinare

barocco d’anime smorte di sangue

mentre l’occhio antico osserva

il dissolversi rosso del pleroma.

 

La vita piange parole d’addio

sulla quinta del tramonto stanco.

Ho la gola riarsa, le dita lorde

di sangue sulle corde delle arpe.

Per placare l’arsura imploro:

– Donna ancora del vino

e che affoghi questa febbre! –

 

 

 

 

 

Sulla (presunta) bontà dei poeti

Chissà per quale arcana ragione nell’immaginario collettivo il poeta viene sempre visto come una persona totalmente fuori dagli schemi del conformismo sociale. Spesso li si considera dei buoni, visto che il loro strambo lavoro li conduce a trafficare con le passioni, i sentimenti, le emozioni al punto che, anche quando scendono nei recessi del profondo per scoprire le più turpi perversioni, tutto viene risolto nell’ovatta del sogno, come se sognare fosse un passatempo occasionale e non una dimensione che la nostra mente abita a tutti gli effetti.

          “Ma dai! E’ un poeta”, si sente dire e poi via che scatta il solito risolino spesso accompagnato da espressioni di compatimento come se tutto il lavorio poetico, che non esclude il cammino nella sofferenza, altro non sia che una perdita di tempo. E anche quando il poeta scade nell’eccesso e transita per la sua stagione all’inferno, il trattamento rimane analogo: “Ma è un poeta! Cosa ci dovremmo aspettare da un perdigiorno. Poveraccio! Nessuno gli ha mai detto che la poesia fa male?” Così, il passo che separa la bontà dalla stupidità o dall’abisso della demenza, si restringe terribilmente al punto che ogni caduta rimane inevitabile. La bontà assume le tinte della follia, della possessione, dell’eccesso per arrivare a scoprire che l’esser buoni, in questo mondo, viene visto come il marchio della diversità, il sigillo dell’emarginazione.

Ebbene, in barba al pensiero comune, il sottoscritto non si sente per nessuna ragione buono. I poeti non sanno essere buoni e soprattutto non devono esserlo con questo mondo. La bontà non è di casa nelle nostre contrade. Basta osservarsi attorno senza troppe cerimonie. Talvolta, proprio per   sfuggire alla catastrofe del quotidiano, il poeta si ritrova ad essere un abilissimo fingitore, come Pessoa, perché non ragiona con il cervello ma con l’immaginazione e attraverso questo filtro scorge l’assurdo del girare in tondo al quale ogni destino umano sembra essere condannato. Nel pensiero comune uno che scopre l’inganno e te lo sbatte sul grugno non potrà mai essere considerato un buono. Il buono, sempre nel pensiero comune, è quello che ti da la pacca sulla spalla, che ti ascolta contrito, che si comporta come il cordialone di turno, che paga il conto al bar…

E se il fingere fosse una copertura? Insomma: visto che quando scopri il funzionamento della macchina rischi che i ben pensanti ti facciano subito la pelle perché potrai fare tutto, anche della poesia, ma non avvertire che l’inganno è montato nel meccanismo e che per buona pace di una logica che assume svariate caratteristiche, nessuno deve andare a scomporre, cosa gli rimane da fare?

L’unica possibilità è il cammino dentro, quello che ti implica la rinuncia e il distacco proprio per evitare di rimanere impigliati nelle maglie del sistema. Ecco, allora, la vera questione: il poeta deve essere assolutamente libero. Un verso riuscito è un granello di libertà conquistata. Allora, dopo le dovute comprensioni, un uomo libero, un poeta, si scoprirà buono perché tollerante nei confronti dell’altrui libertà, anche quella di rimanere impigliati nelle reti dell’uccellatore.

..i miei amici…

Da “I miei amici (Diari 1968 – 1970)”, di Luisito Bianchi:

‘Per inciso, mi dice che è ateo. E’ un valore anche l’ateismo, gli rispondo, se è intimamente sofferto’.

Sono le parole di un prete operaio, il pensiero intimo e disarmante di un uomo coraggioso dato che il dialogo, quello autentico, si fonda su questa profondità spirituale. E’ un miracolo, quando si scende nell’umano senza l’inciampo dell’ombra dia-bolica del pregiudizio, si incontra l’eterna kènosis di Cristo nella carne della quotidianità.

Da credente in continua ricerca, da ministro che desidera scandagliare il mistero della vocazione al servizio nel silenzio dell’accoglienza, non posso fare altro che meditare su questa  verità semplice e sconvolgente.

I miei amici…anche per me vale questa situazione e devo ammettere di essere grato alla vita per avere incotrato persone con le quali posso confrontarmi nella libertà del pensiero e non solo. Non ho bisogno di chi mi dice che è d’accordo o che sono riuscito a convincerlo. Non è questa la mia missione. Quanto posso tentare di fare è essere presente, è vivere il fuoco dei profeti, incarnare le loro domande, assumere le loro ferite, tendere la mano nella stretta della solidarietà che si incontra nella condizione di ogni giorno.

Avere amici in  questo mondo, su questa terra desolata è un dono, come un dono la fede, perchè non si sceglie di averla e nemmeno di viverla senza sofferenza, come soffre chi non ha ricevuto questo dono.

Perchè io si e l’altro no?

Non conosco risposta a questa domanda. Quello che conta è spezzare il pane della nostra umanità  nutrendo la speranza in un mondo diverso, non migliore, perchè meglio e peggio sottostanno alla categoria del giudizio e il giudizio, l’ho scritto sopra, è l’inganno che vivono coloro che sono convinti di stare dalla parte giusta, che non è mai quella di Cristo! Lui è sopra le parti, è andato oltre, Lui mi indica la via da percorrere nella fatica del Vangelo.

Non posso fare altro.

 

…abbiamo visto la sua stella sorgere…(Mt 2, 2)

Sorge un uomo come sorge una stella. Non me ne rendo conto, ma è sempre un alzarsi dalla terra, un essere tratti fuori da una situazione di abbassamento.

Sorge la vita da quella nebbia che è la desolazione della morte, il putridume di questo mondo.

Spesso non ci accorgiamo del sole che sorge perché l’abitudine rende uguali tutti i giorni e scolora l’attimo nel grigiore della quotidianità.

Se non riesco a vedere come sorge una vita, come posso pretendere di ricordarmi di ri-sorgere quando la prima stella s’accenderà nel cielo segnando l’incedere del crepuscolo?

Eppure qualcuno s’accorge e vive l’umiltà del momento, il pungolo della sveglia, quella sensazione che lacera la rete del sonno accendendo il lume della sana inquietudine.

Meglio una notte insonne, a questo punto. Meglio contare le stelle del cielo ed associare ad ognuna di loro i nomi di tutte le persone che conosciamo per ricordare che la vita su questo purgatorio non è così banale come troppi la credono.

E’ l’ora di mettersi in cammino, di seguire i sentieri interrotti dell’esistenza.

Non so…

Non so come muovermi. Sono giorni strani, e sono stati giorni di festa. Ancora non riesco a prendere contatto con la situazione che si è venuta a creare e che io non ho per nulla immaginato potesse scadere in questa maniera.

Non so come dirlo. Capitano cose assurde e questa è capitata a me. ho scoperto di avere una criminale in famiglia, una ladra priva di scrupoli, una sorella che io ho desiderato, ma che si sta rivelando un danno materiale e morale terribile. Vedrò. è l’unica affermazione che mi sento, per ora, di fare.